Dominik Stahlberg

December 14, 2014

LA CITTA E GLI ARTISTI

di Melania Carnevali

 

CARRARA. Con lui una scultura in marmo perde completamente il suo connotato classico, «quasi preistorico», per diventare una forma d’avanguardia artistica, pari al dadaismo di Marcel Duchamp o al surrealismo di Salvador Dalì. Dominik Stahlberg, artista tedesco, che vive e lavora a Carrara da quasi dieci anni, crea sculture in marmo colorate, divertenti e sarcastiche, che rivelano però anche un lato tragico e critico. Come vescovi ritratti in posizioni bizzarre, bimbi sopra bombe nucleari o ruote della fortuna. Statue che sembrano pupazzi grazie all’accostamento del marmo con i colori sintetici. «Tutti pensano che sia plastica - racconta - fino a quando non toccano la statua e si accorgono che è marmo». È uno dei pochissimi esponenti della NO!art (una cinquantina in tutto il mondo), movimento artistico nato a New York nel 1959 che ripudia l’arte «a fini commerciali». Lo incontriamo nel suo studio a Castelpoggio. Ci muoviamo in mezzo alle sue statue e, anche da profani, ci rendiamo conto che quello che è riuscito a fare con il marmo è geniale e rivoluzionario.

Come ci sei arrivato?

«Partiamo dal presupposto che il marmo è il materiale più bello al mondo per uno scultore. Lavorarlo è un piacere e il risultato rispecchia sempre le aspettative. Però è una pietra e come tale è antica, quasi preistorica. Adesso l’arte, soprattutto il movimento artistico di cui faccio parte (NO!art, appunto, ndr) usa nuove forme di espressione, come i computer, visual art, installazioni, materiali riciclati.. Volevo riportare la pietra dentro l’arte contemporanea e ci sono riuscito scoprendo questa tecnica di colorazione del marmo, che è un mix fra vernice e altre sostanze».

C’è qualcun altro a Carrara che fa parte di NO!art?

«No, sono l’unico. Questo movimento è molto diffuso a New York e Berlino. In Italia ci sono solo tre membri. Spero che col tempo riesca a crescere perché in questo Paese, ma non solo, l’arte è abbastanza censurata e abbiamo bisogno di creare un collettivo più grande per avere visibilità».

Censurata?

 «Sì, il Vaticano è un grosso limite all’arte».

Anche a Carrara?

«Sì, ne è stata dimostrazione la polemica che si è innescata con il concorso Pimp my Mary ideato un paio di anni fa da Exp; bisognava rivisitare la classica statuetta bianca della Madonnina. Io immersi la statuetta in una scatola d’olio da cui usciva nera: era una critica al capitalismo che si nutre di petrolio. Il concorso fu criticato dalla Curia e da molti altri; questo dimostra quanto l’arte, anche in una città con una tradizione libertaria come Carrara, venga sempre castrata».

Come sei arrivato qui?

 «È una storia particolare, a suo modo divertente. Era il 2006. A Hildesheim, dove vivevo, in Germania, mi ero appena “sistemato”: una casa, un lavoro, lo stipendio fisso. Poi la mia ragazza tornò da un viaggio- studio dall’Italia, dove era rimasta affascinata da Carrara. «È bellissima, è un mondo a parte», mi diceva. E insistette per trasferirci. La accontentai. Caricammo la macchina con tutte le nostre cose e partimmo. Guidai 16 ore ininterrottamente e quando arrivai in piazza Alberica, che era ancora aperta alle auto, parcheggiai e mi addormentai. Il giorno dopo incominciammo a cercare una casa e trovammo subito questo fondo nel centro storico. Poi ci siamo spostati in questa oasi verde, nello studio dell’ultimo comunista di Castelpoggio, Bruno (Dominik ride, ndr) e non ci siamo più mossi».

Anche tu sei rimasto affascinato dalla città...

«Sì, Carrara è un’isola a parte. Già spostandosi ad Avenza o a Massa si nota la differenza. Si respira aria di convivialità, solidarietà, allegria. Qui c’è di tutto, ci sono turchi, norvegesi, tedeschi, inglesi, giapponesi, tutti insieme in un’insalata mista di cultura, lingue e generazioni. I carraresi poi sono aperti, sono rispettosi degli stranieri. Quando arrivai qui con Stephanie (la fidanzata, ndr) sapevamo solo tre parole: pane, caro, molto caro. E nonostante nessuno parlassebene inglese e gli anziani parlassero solo dialetto, riuscivamo a capirci. Bastava gesticolare e ci capivamo. Da altre parti se non conosci la lingua è difficile interagire. C’è una forma di chiusura verso l’altro, che qui non esiste. Mi trovo bene con i carraresi ed è uno dei motivi per cui non voglio tornare in Germania».

E un altro motivo qual è?

«La natura. Carrara ha una marcia in più rispetto alle altre città. È verde, mare e montagne a distanza di dieci minuti e le Alpi Apuane sono un paradiso. La qualità della vita è alta».

Non la pensano così i carraresi, i giovani. Molti se ne sono andati, altri, da oltre un mese, portano avanti un’assemblea permanente in Comune. Sono arrabbiati e chiedono le dimissioni della Giunta. Come lo spieghi?

 «È inevitabile che i giovani se ne vadano e che siano arrabbiati. Qui c’è uno dei più alti tassi di disoccupazione, soprattutto degli under 35. Non ci sono sbocchi per il futuro né svaghi per il presente, come un cinema, un teatro, punti di ritrovo. Ma questo è l’effetto di decenni di politiche sbagliate, forse anche di una profonda corruzione, e non di una sola giunta. Basta attraversare il centro storico per vedere la desolazione. Tutti i negozi sono chiusi».

Colpa solo della crisi?

«No i negozi qui sono stati rovinati dalla ztl».

Ma in tutte le altre città la chiusura del centro alle auto ha funzionato...

 «È vero, ma qui la sera non ci sono autobus o taxi, la gente si può muovere solo con la macchina. Ed è inevitabile che, invece di venire in centro, cercare venti minuti parcheggio, magari a pagamento, si preferisca andare al centro commerciale Mare Monti piuttosto che nel negozietto che una volta era di fiducia. La ztl sarebbe stata strategica se inserita in un contesto strategico».

Quindi la colpa non è della ztl ma di una cattiva gestione del territorio...

«Sì in generale è gestito male il territorio. Basta vedere le cave: solo il 10% del marmo rimane nel territorio per essere lavorato da artigiani locali o scultori. Il restante finisce in “farina” o all’estero, senza che ci sia reale ricaduta sulla città. Carrara pensa di vivere solo di marmo. Non pensa al settore industriale o commerciale. Un po’ come l’Arabia Saudita, che ha la più grande riserva di petrolio al mondo e si concentra solo su di essa. Ma cosa succederà quando il petrolio non ci sarà più? E quando il marmo non ci sarà più? Qual è il piano b? Il piano b non c’è. Sarà un problema».

E tu non la vivi male questa "disorganizzazione"?

 «Per noi scultori è diverso. Carrara è un ottimo luogo dove vivere e lavorare. Per esporre si va all’estero, per mostre e simposio. Anche perché esporre statue in marmo nella città del marmo è quasi banale. Bisogna farlo con tanta fantasia ..e questo è un invito a farlo..»

L’arte è valorizzata qui?

 «Negli ultimi anni si vede del fermento: stanno aprendo nuove gallerie, vengono organizzate mostre e simposi di sculture. Certo, non bisogna aspettare che sia l’Amministrazione a rilanciare la cultura, perché il Comune ha altri problemi a cui pensare. Come il dissesto idrogeologico, per rimanere attuali. Sta a noi artisti promuovere attività culturali e artistiche e rilanciare la città. Lo stiamo facendo, ma i risultati non si vedranno subito. Tra dieci anni, sicuramente».

Sei ottimista...

«Sempre»